Nato nel 1966, Babak Payami è cresciuto in Afghanistan durante la sua prima infanzia e più tardi in Canada. Dopo un’assenza di quasi 20 anni, nel 1998 è ritornato in Iran dove ha fondato il Payam Films Institute e ha scritto, diretto e prodotto tre lungometraggi fino al 2003. “One More Day” (2000) è stato il suo primo film ad avere la sua prima nel programma ufficiale del Festival Internazionale del Cinema di Berlino e al quale è stato conferito il premio per il miglior contributo artistico a Tokyo e il Premio Speciale della Giuria da Torino, “Secret Ballot” (2001) ha avuto la sua prima al Festival del Cinema di Venezia ed è stato acclamato con numerosi premi, compreso quello per Miglior Regista a Venezia, “Silence Between Two Thoughts” (2003) è stato confiscato dalle autorità iraniane, ma una ricostruzione digitale del film ha ottenuto, tra gli altri Paesi, la distribuzione in Italia. Dopo l’arresto e la confisca di “Silence Between Two Thoughts”, ha lasciato l’Iran e ha cominciato a lavorare su progetti che aveva sviluppato da qualche tempo. Questi film saranno prodotti in Europa e in Asia Centrale. Da gennaio 2008, Payami è il direttore artistico di Fabrica Media Studio, una struttura di ricerca di arti della comunicazione della United Colors of Benetton a Treviso, Italia.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Ca’ Foscari di Venezia ha in seguito approfondito i suoi interessi in ambito teatrale presso l’Instituto de Bellas Artes a Città del Messico e l’Institut d’Etudes Théâtrales (Nouvelle Sorbonne) a Parigi, dove ha incontrato e seguito il lavoro di Ariane Mnouckine e Peter Brook. Vincitrice del concorso del Laboratorio di Alessandria con un progetto regia dello spettacolo “Dido and Aeneas” di H. Purcell (1985), ha lavorato presso il Teatro La Fenice di Venezia come assistente alla regia affiancando registi quali Pier Luigi Pizzi, Pier Luigi Pier’Alli, Jean Pierre Ponnelle. Firma oggi regie di spettacoli di lirica, di prosa e di musica contemporanea in Italia e all’estero (Europa, Stati Uniti, Corea del Sud , Egitto, Cina). Tra questi “La cambiale di matrimonio” e “Il Signor Bruschino” di G. Rossini ad Alessandria d’Egitto (manifestazioni di inaugurazione della Biblioteca, 2002) e “Rigoletto” di G. Verdi (Parma, Città del Messico 2005, Hong Kong 2008). Per la Fondazione Arena ha firmato, in prima assoluta, libretto, regia, scene e costumi dell’opera contemporanea di A. Melchiorre “Il maestro di go” , tratta dal romanzo di Y. Kawabata (ottobre 2008). Si occupa inoltre di nuove tecnologie applicate alle arti e quindi anche di video e di videoinstallazioni, dopo aver collaborato per quindici anni con la Rai. Ha partecipato con proprie realizzazioni alla Biennale di Venezia e realizza progetti con vari enti istituzionali, in Italia e all’estero. Insegna come docente a contratto (Elementi di regia) presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Facoltà di Lettere e Filosofia.
Michelangelo Dalto, nato nel 1952, ha ideato e diretto a Conegliano con Carlo di Carlo e Giorgio Gosetti Antennacinema, manifestazione incentrata sull’analisi del sistema della comunicazione audiovisuale che ha avuto nel momento di massimo sviluppo un vero e proprio orizzonte internazionale. Negli anni ’90 ha dato anche vita con Alfio Bastiancich ad Antennacinema Cartoon a Treviso, vetrina sul cinema e le serie televisive d’animazione, e con Guillaume Monsaingeon ad Antennacinema Arte ad Asolo dedicata ai documentari e alle biografie d’artista. Insegna Teorie e Tecniche del linguaggio televisivo e Marketing audiovisivo e multimediale in master universitari e in corsi di formazione professionale. E’ anche autore televisivo. In anni recenti ha realizzato il corto “Red&White” (2007) e il documentario “Sam Peckinpah. A portrait” (ultima edizione Dolmen 2008).
La Galleria San Fedele nasce nell’immediato dopoguerra (1949) per opera del padre gesuita Arcangelo Favaro, e sin dagli anni Cinquanta è conosciuta, oltre che per la realizzazione di mostre di artisti di livello internazionale, da Lucio Fontana a Marc Chagall, da Robert Ryman a Henri Matisse, per il Premio San Fedele riservato ai giovani al quale partecipano alcuni autori che diventeranno tra i più rappresentativi dell’arte italiana contemporanea, come Claudio Parmiggiani, Michelangelo Pistoletto, Franco Vimercati, Enrico della Torre. Accanto alla formazione dei giovani, la Galleria San Fedele si segnala per iniziative caratterizzate dall’impegno per la promozione della giustizia, grazie a una riflessione su tematiche fondamentali della vita politica e sociale e per mostre centrate sul rapporto arte/fede/cultura.
La Galleria è rappresentata in giuria da:
Ahmad Rafat nasce a Teheran nel 1951, da padre iraniano e madre italiana. Dopo gli studi primari a Teheran, si trasferisce in Italia per continuare gli studi presso la facoltà di Scienze Politiche di Perugia. Nel 1977 dopo 4 anni passati in Germania, rientra in Italia con un master in Psicologia dei mezzi di comunicazione di massa ottenuto all’Università di Francoforte. Inizia la sua carriera professionale come giornalista presso il Quotidiano dei Lavoratori (QdL). Nel 1979 lascia il QdL e per tre anni collabora come freelance con le maggiori testate italiane, britanniche, spagnole e svizzere. Dal 1982 al 2003 lavora come responsabile dell’ufficio per l’Italia, Balcani e Medio Oriente di TIEMPO, il più importante settimanale spagnolo. Contemporaneamente inizia una collaborazione con i programmi in lingua farsi della Deutsche Welle, BBC e Radio Free Europe-Radio Liberty, nonché con alcune emittenti televisive e l’agenzia statunitense World News Link (WNL). Dal 2004 inizia la sua collaborazione con l’agenzia italiana AdnKronos International (AKI), della quale assume la direzione nel 2008. Dal 2008 collabora anche con Voice of America – Persian News Network. Attualmente è impegnato nella stesura di due nuovi libri, uno sui rapporti tra l’Islam e l’Occidente e l’altro sulle donne emergenti in Iran. Ahmad Rafat ha tradotto diversi libri in farsi ed ha pubblicato i suoi libri in Italia e Spagna. L’ultimo suo libro sulla libertà di stampa in Iran (l’Ultima Primavera) è stato pubblicato in Italia. Come giornalista ha coperto oltre 50 conflitti, guerre e rivoluzione in Europa, Africa e Medio Oriente, ed ha partecipato a diverse conferenze internazionali, in qualità di relatore, su temi quali terrorismo, Islam e libertà d’Informazione. Con il documentario “I figli divorati della rivoluzione khomeinista”, debutta come regista. Attualmente lavora ad altri due documentari, il primo sulla lotta per la democrazia degli studenti degli atenei iraniani, e l’altro sul fenomeno delle radio e delle televisioni satellitari che sfidano la censura nella Repubblica Islamica.
Nina Rosenblum è una regista americana nominata agli Oscar, due volte vincitrice del premio IDA come produttrice, regista e scrittrice di documentari, cortometraggi e filmati. Presidentessa della Daedalus Productions INC., che fondò nel 1980, ha prodotto e diretto per la TBS, HBO, PBS, la NYT Television, SHOWTIME, ABC, e NBC. I suoi partner per la co-produzione comprendono Channel Four/UK; WDR/Germany; La Sept/France e SBS/Australia. E’ membro dell’Associazione dei Registi Americani (Direttrice), dell’Accademia delle Arti e delle Scienze Cinematografiche, dell’Organizzazione Women in Film, del Progetto Film Indipendenti e dell’Associazione Internazionale del Documentario. Tra le sue opere: ”Zahira’s peace” (2004), ”Unintended consequences” (2001), ”The skin I’m in” (2000), “Twin lenses” (1999), “Walter Rosenblum: in search of Pitt Street” (1999), ”A history of women photographers” (1996), ”Slaveship: the testimony of the Henrietta Marie” (1995), ”The untold west: the black west” (1993), “Liberators: fighting on two fronts in World War II” (1992), “Through the wire” (1989), ”America & Lewis Hine” (1984). Sta attualmente producendo “In the name of democracy: America and Lt. Ehren Watada”, il primo ufficiale dell’esercito statunitense a rifiutare lo schieramento in Iraq. Sta girando “Marriage for some”, sul diritto di sposarsi, e sta facendo il montaggio di “This is the photo league”, sull’organizzazione di fotografi di documentari sociali che hanno fondato il genere di “fotografia di strada”, fotografando zone della città di New York negli anni Trenta e Quaranta.